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Una settimana da (oh, mio) Dio.

Ho pensato molto a cosa scrivere in questo articolo.
Ho pensato di scrivere un’esperienza bella che ho vissuto, ma non ne ricordo una particolarmente bella, a parte la nascita di mia figlia. Ma non voglio cadere sul banale. Direi che è più che normale che la nascita del proprio bambino/a sia una bellissima esperienza in ogni caso. Quindi ho deciso di raccontarvi una mia vacanza.
“Wow! Bello.” Penserete. Invece no.
Io e il mio compagno stavamo cercando una casa in affitto al mare per farci una vacanza rilassante dopo un anno non molto bello. Un giorno trovo una super offerta a Marina di Minturno. Casa piccola ma a poco prezzo, a 300 metri dal mare. Ci sta, la prendiamo. Facendo delle ricerche avevo visto che Marina di Minturno era vicinissima a Gaeta. “Lì il mare è spettacolare, lo sarà anche a Minturno, no?”.
Spoiler: NO. Ma andiamo di una disgrazia alla volta. Pochi giorni prima della partenza, era un sabato sera, e io avevo appena iniziato il turno al ristorante dove lavoravo. Il mio compagno, Simone, e mia figlia, Sofia, erano fuori a giocare. Ad un certo punto sento un urlo, vedo Simone correre con mia figlia in braccio verso il bagno. Lancio in aria i tovaglioli che stavo mettendo sui tavoli e corro a vedere cosa fosse successo. Entro in bagno e vedo il lavandino completamente rosso di sangue. Sofia aveva dato letteralmente la faccia su un muretto e si era spaccata il labbro superiore. Io che già combattevo con la mia ansia perenne mi ripetevo “ok, Fosca, tranquilla non è niente.” . Ma il sangue non si fermava e la ferita era bella grande. Decidiamo in andare al pronto soccorso.


Arrivati, Sofia si era addormentata e il sangue si era fermato. Abbiamo passato quasi un’ora seduti in sala d’attesa finché, arrabbiatissima, sono andata da un medico e ho urlato come una matta che mia figlia aveva una ferita aperta sul labbro da più di un’ora e nessuno ci filava. Devo averlo spaventato perché ci fece entrare immediatamente.
Le misero 5 punti senza anestetizzarla. Io le tenevo ferme le gambe, Simone le teneva la testa e un’infermiera la teneva avvolta in una coperta per non farla muovere. Scena, credo, da arresto. Siamo andati via da quell’ospedale rossi di rabbia (per non dire un’altra cosa). Ma era finito tutto.

Mare, profumo di mare…

La settimana successiva la bocca di Sofia si era rimessa benino, le rimanevano solo i punti da togliere ma il pediatra mi aveva detto che li avrei potuti togliere nell’ospedale di Formia, il più vicino a Minturno. Ok, partiamo. Questa vacanza ci vuole! Arriviamo a destinazione, la casa era davvero piccolina. In bagno c’era una porta a soffietto di quelle di plastica, la cucina era in miniatura, l’unica stanza decente era la camera da letto. Ma andava bene perché avremmo passato tutto il giorno in spiaggia, quindi in quella casa dovevamo solo andare a dormire. “Il mare è vicino?” Chiedo ai proprietari della casetta. “Assolutamente si, 300 metri e sei arrivata! Basta scendere giù per questa strada!” Meno male, posiamo le valigie e decidiamo subito di andare a farci il bagno. Prendiamo borse e borsette e ci dirigiamo verso il mare. Camminammo per quasi 45 minuti. Si, il mare era a 300 metri da casa, ma in linea d’aria! Arrivai in spiaggia con le vesciche ai piedi perché, da turista, avevo messo le infradito, alla fine era poca strada. Entriamo al primo stabilimento che ci capita. Ombrellone in ventesima fila, 25 euro. “Ok, va bene. Domani troveremo uno stabilimento migliore.” Sistemo i teli da mare sui lettini, spalmo la crema a Sofia e ci dirigiamo verso l’acqua. Camminando vedo che la sabbia è nera. “Sarà una caratteristica della spiaggia.” Penso. Arriviamo in acqua e il colore era di un verdognolo strano, scuro, quasi sul marroncino. Freno i miei pensieri critici e mi metto a guardare Simone e Sofia che giocano. In quel momento vedo che si avvicina a me qualcosa che galleggia sull’acqua. Cerco di guardarlo bene e capire cos’è. Non era una medusa, non era un pesce. Era un pannolino. Sgrano gli occhi e, cercando di non farmi notare troppo dico a Simone di uscire subito dall’acqua. Decidiamo di tornare a casa. “Da domani al mare si va a Gaeta, che con 15 minuti ci stiamo, almeno il mare lì è pulito!” .

Il giorno in cui abbiamo tolto i punti a Sofia fu un’altra giornata traumatica. L’infermiere che lo fece era un tipo bassetto con i capelli grigi e le mani tremolanti. Ho implorato tutti i santi del cielo perché non le facesse male. Non ha funzionato molto, ma almeno anche questo era passato. Quel giorno era brutto tempo, così decidemmo di andare a visitare la montagna spaccata di Gaeta. Forse l’unico giorno decente di tutta la vacanza.
La sera, dopo cena, Simone va a fumarsi una sigaretta. La porta non si apre. Panico. L’unico modo per uscire era passare per la finestra della camera (fortunatamente eravamo al piano terra.) Mentre Simone cerca di uscire dalla finestra, passa un inquilino del palazzo e ci chiede se avevamo bisogno di una mano. Ci aiuta a sistemare la porta e infine si presenta “Piacere, mi chiamo Giuseppe.” Scoprimmo poi in seguito che tutti nel quartiere lo chiamavano don Peppe. Non indagammo oltre, capimmo solo che era meglio tenerselo come amico.
Due giorni dopo mi beccai una bella insolazione, niente di grave, ma in questa vacanza non dovevamo farci mancare nulla no?! Così saltai un altro giorno di mare. Don Peppe, che ormai ci aveva preso a cuore, veniva a trovarci ogni giorno e ci parlava male delle persone che ci avevano affittato la casa “Sono due tirchi e dicono un sacco di bugie, scommetto che vi avevano detto che questa casa era molto vicino al mare?”. Effettivamente era così. “Venite con me, ve lo faccio vedere io un posto dove alloggiare, vicino al mare e molto economico“. Non potevamo dire di no. Salimmo in macchina con un po’ di paura e ci portò in un campeggio lì vicino. Che poi chiamarlo campeggio era troppo, diciamo che era una sorta di baraccopoli, e il mare era color verde melma. “L’anno prossimo venite qui e dite che vi manda don Peppe.”
Fine della storia: fuggimmo da quel posto un giorno prima della partenza prefissata. Prima finiva la vacanza della speranza e meglio era. A volte ci chiama ancora don Peppe per chiederci se mai torneremo a fare una vacanza lì. “Si, forse un giorno”. (NO)